Abbiamo visto come nel corso dei decenni, per la Medicina Accademica, si sia andata modificando la
definizione del concetto di focolaio dentale.
La tonsillectomia, la rimozione dell’appendice infiammata o il taglio cesareo hanno seguito mode e maniere
completamente opposte a seconda dell’epoca storica.
Oggi è molto difficile farsi operare di tonsille, una volta si toglievano in ambulatorio anche con troppa facilità.
Anche le focalità dentarie sono per la maggior parte negate ufficialmente dalla medicina tradizionale che
afferma le potenzialità tossiche dei foci, ma in maniera parziale e solo per ben determinate patologie.
Recentemente F. Perger ha affermato che, “nonostante i grandi progressi della medicina, teorie erronee
continuano a rimanere caparbiamente in vita anche con tutte le prove contrarie”.
Una di queste è la teoria focale poichè rimane ancora ancorata al concetto che deve esserci un rapporto causale
tra i batteri presenti nel focolaio e la malattia secondaria, attraverso la diffusione di germi, tossine od allergeni.
Se non si trovano tali fattori, le infiammazioni croniche latenti non avrebbero alcun significato
eziopatogenetico.
Essenzialmente il problema è dato da una insufficiente metodologia diagnostica di focus dentario e di
collegamento con la patologia associata a distanza che vedremo in un'altra sezione essere dovuto ad un
problema di regolazione della matrice del tessuto connettivo.
Al contrario un focolaio si considera potenzialmente dannoso quando è associato ad un elemento dentario che
abbia in corso un processo infiammatorio attivo, sia acuto che cronico, ma comunque sintomatologico e che
supponga una infezione di base.
Questo quadro deve essere completato da una diagnosi radiografica che confermi un ‘area di radiotrasparenza
intorno ad alcune aree del dente.
Come area di radiotrasparenza si intende una zona più scura rispetto all’osso circostante ove si ipotizzi una
mancanza ossea e quindi un riassorbimento e sostituzione dell’osso con materiale di derivazione infiammatoria,
come pus, tessuto granulomatoso, prodotti di degradazione batterica.
I criteri medici ufficiali per poter diagnosticare un POTENZIALE focolaio sono:
1-PRESENZA DI UN ELEMENTO DENTARIO,O PARTE DI ESSO : deve essere presente una causa
evidente che può essere un dente anche incluso, residui radicolari, residui di materiale eterologo o ossei.
1-SINTOMI DI INFIAMMAZIONE : dolore, gonfiore, rossore,funzione lesa; sia in stato acuto o più lievi
ma ripetuti nel tempo, cioè in stadio cronico.
Questo, in seguito a ripetute cure antibiotiche e trattamenti odontoiatrici che non hanno avuto apparente
efficacia sulla decontaminazione batterica.
2-CONFERMA RADIOLOGICA: deve essere visibile radiograficamente una area alterata contigua all’area
ritenuta infetta.
Mancando uno dei tre criteri, la diagnosi di focus è difficilmente dimostrabile e solitamente negativa .
La Medicina Bioenergetica neurofocale ha però una marcia in più per la diagnosi dei foci dentali
e dei campi di disturbo. Andiamo rivedere i tre criteri sotto un’altra ottica.
1-Non è necessaria la presenza di un dente per avere una zona focalizzata, anzi la maggior parte dei foci
è in zone ove è stato estratto un dente, ma è rimasta una infezione nell’osso anche a distanza di anni o
decenni.
Questo di solito avviene per la mancata pulizia ossea dopo l’estrazione con l’inclusione di sequestri ossei,
dentali, di materiale estraneo come residui di devitalizzazioni, sacco dentario o tessuto granulomatoso,
legamento parodontale o semplicemente batteri.
2-Raramente la zona focalizzata è sintomatologica.
Se lo è, da lievi disturbi, senso di qualcosa che non va o di pesantezza.
Invece i disturbi ci sono sempre ma a distanza.
Se però approfondiamo l ‘anamnesi , quasi sempre il paziente ricorda che nel passato la zona era stata sede di
una pregressa estrazione complicata che gli aveva provocato gravi disturbi, che sono poi scomparsi.
3-L’indagine radiografica è quasi sempre negativa, soprattutto bisogna avere un certo
“occhio”per identificare un focolaio .
Posso affermare che, con una visione tradizionale della radiografia, si vedono meno del 50 per cento dei foci .
Ogni tipo di lastra, dall’endorale alla ortopanoramica, fino alla Cone Beam, ha i suoi problemi di diagnostica
come del resto i suoi vantaggi.
Sicuramente la TAC e la Cone Beam sono le metodiche più precise ma anche lì non si vedrà niente se non si sa
dove andare a guardare ; comunque approfondiremo l’argomento nella parte della “valutazione radiografica”.
Concludendo, per ottenere una diagnosi, il più precisa possibile, di focus dentale o campo di disturbo, occorre
fare una anamnesi accurata, una analisi clinica, una indagine radiografica, ma soprattutto un test EAV o,
nell’impossibilità, un test kinesiologico.
Per completare, si possono anche valutare le analisi con i relativi indici di infiammazione e approfondire i
sintomi di relazione organo-odontone, praticando la neural-terapia.
In ultimo, ma non meno importante, è l’ascolto del paziente con la sua capacità autodiagnostica.
Quest’ultimo spesso insiste nell’affermare con convinzione, altre volte sussurrandolo con
timidezza, che in quella zona c’è qualcosa di strano che non va o che è il punto di partenza del
problema e continua a ribadirlo, nonostante le opinioni contrarie degli addetti ai lavori.
Capita spesso che nel momento in cui dico alla persona, una volta finite le indagini :”Sì, il problema è lì! ”, la
reazione sia accompagnata da un forte sblocco emozionale, che può arrivare al pianto .
Quindi solo un ampio quadro di indagine, che va dalla più avanzata analisi radiografica al timido sospetto
del paziente, ma che includa comunque una valutazione bioenergetica, permetterà di identificare un problema
che, nella maggior parte dei casi, rimane subdolamente celato, come un cavallo di Troia, all’interno del nostro
organismo.
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