L’Endodonzia Accademica, con i trattamenti endodontici, mira essenzialmente alla completa eliminazione del
contenuto necrotico canalare, alla perfetta sterilizzazione del canale stesso ed al suo successivo riempimento
con materiali biocompatibili e sufficientemente stabili da garantire l’impossibilità di infezioni o reinfezioni
dell’apice radicolare, del delta apicale e dei tubuli dentinali.
Per canale intendiamo generalmente tutta quella architettura di piccoli canalicoli che si trovano all’interno del
dente, ove passano vasi e terminazioni nervose; questi compongono la parte organica che porta nutrimento al
dente stesso.
Nel corso degli anni, varie tecniche e materiali sono stati utilizzati per chiudere i canali, seguendo
diverse scuole e tendenze.
Si è cominciato utilizzando lo sterco di passero inglese, poi l’amianto, il corallo in polvere, il cloroformio, il
bitume, l’eugenolo, la formalina, l’oro, il mentolo, la morfina, il gesso di Parigi, il bismuto, il fenolo,
l’argento iodato, la naftalina, il fluoro stannoso, la stessa dentina .
Questo elenco parziale, di materiali utilizzati nel corso degli anni, ci dà una indicazione di quante prove sono
state fatte per raggiungere un risultato che ancor oggi non dà una sicurezza di successo in tutti i casi.
L' anatomia interna del dente, si compone da un canale centrale da cui si dipartono migliaia di canalicoli
laterali, che non sono accessibili con nessun mezzo meccanico e solo parzialmente da tecniche disinfettanti,
mentre sono ottimo rifugio per colonie batteriche.
IL SUCCESSO IN ENDODONZIA.
Il successo (o l’insuccesso) della terapia dipende da molti fattori, tra i quali due di essenziale importanza:
1- La difficoltà oggettiva di ottenere una perfetta detersione e sterilizzazione del dente, in massima parte
dovuta alla presenza di canali aberranti o comunque di apici a complessa anatomia e all’impossibilità di
svuotare meccanicamente i canali laterali ed i tubuli dentinali.
2- La difficoltà di conoscere in maniera esatta la lunghezza canalare che si estende fino al delta apicale ed il
rischio di sospingere oltre apice le sostanze infette o di otturazione canalare, con le note
conseguenze:distruzione tissutale e/o infiammazione per reazione da corpo estraneo, tanto più grave quanto più
“aggressivo” è il materiale di chiusura e la tecnica di otturazione.
Quando la necrosi e, conseguentemente, i batteri hanno interessato i canali laterali e le ramificazioni e non è
stata possibile la loro rimozione meccanica , si può manifestare l’insuccesso clinico.
É stata valutata una percentuale di insuccessi compresa tra il 10 ed il 15% dovuti alla non completa rimozione
del materiale necrotico e dei batteri dall’endodonto.
Quali sono i fattori Naturali che portano a dover devitalizzare un dente?
1- Carie penetrante .
2- Trauma , anche occlusale .
3- Frattura .
4- Scopertura radicolare.
5- Pulpite da sofferenza d’organo correlato.
A seguito di una di queste cause si sviluppa nel dente una infiammazione del nervo che causa un forte dolore,
la cui terapia consiste nella devitalizzazione o alternativamente nell’estrazione del dente.
Queste elencate possiamo definirle cause naturali, perché non vi è l’intervento diretto dell’uomo.
Ma oltre alle cause naturali, ci sono i fattori iatrogeni fra i quali:
1 Scopertura del nervo accidentale in fase di pulizia di una carie, di una riotturazione o di
una preparazione .
2 Devitalizzazione programmata a scopi protesici.
3 Pulpite acuta o cronica a seguito di una otturazione infiltrata o da sostanze chimiche irritanti .
4 A seguito di dolore trigeminale di origine incerta, come tentativo .
5 Pulpite a seguito di trattamenti ortodontici troppo aggressivi.
La pulpite acuta.
La pulpite è l’infiammazione della polpa .
Le cause sono per lo più tradizionalmente batteriche. Provoca sintomi dolorosi che vanno da una semplice
sensibilità dentale, soprattutto al freddo, fino ad un fortissimo dolore trigeminale, che aumenta la notte.
E’ direttamente collegata all’anatomia dentale e ai suoi canali: durante l’infiammazione infatti si crea una
pressione sulle terminazioni nervose per ingorgo sanguigno e linfatico.
Curata in fase precoce può regredire.
La pulpite cronica .
E’ la fase successiva alla P.A, anche se in alcuni casi la P.C. è asintomatica. La P.C. infatti dà sintomi più lievi,
reattiva non più al freddo, bensì al calore e alla pressione.
Difficilmente guaribile, poiché istologicamente sono presenti infiltrati di necrosi, porterà inevitabilmente alla
morte del nervo.
Con una terapia adeguata può stabilizzarsi, ma non regredire. L’infiltrazione batterica e la necrosi parziale dei
tessuti dentali possono infiltrare il periodonto, con diverse conseguenze, che vanno da piccoli risentimenti,
passando per un ascesso, fino alla più grave e cioè la focalizzazione del dente.
La Devitalizzazione quindi viene eseguita per far cessare od evitare il dolore pulpitico del nervo.
Cessare, quando sia presente una pulpite, evitare quando siano presenti dei sintomi pre-pulpitici o di pulpite
cronica o ci sia una scopertura del nervo accidentale o traumatica.
Si può far cessare il dolore del nervo solamente provocandone la morte.
Questo può avvenire con sostanze chimiche o con mezzi meccanici.
Quindi per avvelenamento o per distacco dall’organismo e conseguente morte.
Il dente diventa un corpo estraneo poiché in realtà senza vita.
LA DEVITALIZZAZIONE CHIMICA.
I devitalizzanti chimici sono stati utilizzati per tanti anni e avevano lo scopo di uccidere il nervo dolente,
evitando manovre meccaniche, e quindi di essere pratici, efficaci e veloci.
Ne sono stati usati tanti in diverse combinazioni come: anestetici, antinfiammatori, batteriostatici o
batteriotossici, mummificanti.
I più usati sono stati i devitalizzanti e i mummificanti, che impedivano la necrosi del tessuto e
che avevano come principio attivo l’arsenico (Toxavit), ora vietato.
Altre sostanze sono resina carbolica (guaiacolo-creosolo e lidocaina), la paraformaldeide, l’eugenolo.
Fortunatamente non si usano più (si spera).
I denti trattati con devitalizzanti chimici sono difficilmente recuperabili.
Oltre a essere infetti, infatti, rilasciano le sostanze chimiche nell’organismo e quindi hanno una doppia azione
negativa.
Sono riconoscibili radiograficamente poiché hanno una otturazione radiopaca che arriva sulla polpa, ma non si
vede la chiusura dei canali.
DEVITALIZZAZIONE MECCANICA.
Le tecniche sono molteplici, una volta solo manuali, ora soprattutto meccaniche.
Alcuni anni, fa era importante, in questo passaggio, la bravura e l’accortezza dell’operatore.
Le novità tecnologiche introdotte hanno semplificato la tecnica nella precisione con miglioramento della
sterilità, della velocità di esecuzione e con la prevenzione di eventuali rotture di strumenti all’interno del dente.
Tutto ciò ha permesso di eliminare completamente il tessuto pulpare nei canali principali, diminuendo la
necrosi e batteriemia all’interno del dente.
La storia di un dente morto , una potenziale bomba a orologeria.
Una volta che il fascio vascolo-nervoso del dente viene ucciso e il dente devitalizzato, questo non fa più parte
dell’organismo. Non comunica più con l’organismo né chimicamente né energeticamente.
Rimane temporaneamente una comunicazione meccanica data dal legamento periodontale, che col tempo, però
andrà a mancare poichè per una reazione di protezione si formerà una anchilosi ossea .
Si formerà anche una reazione infiammatoria di contenzione intorno al materiale di chiusura del canale,
all’apice radicolare, che impegnerà a vita il nostro sistema immunitario.
Quando e se la contenzione verrà a mancare, il dente devitalizzato diventerà una porta di accesso a
microorganismi e tossine riversate direttamente nell’organismo attraverso l’osso alveolare e la sua rete venosa
e linfatica.
Come evitare la devitalizzazione curando la pulpite:
In medicina accademica non esiste una cura alla pulpite, la devitalizzazione (eventualmente previa copertura
farmacologica antidolorifica), è l ‘unica alternativa alla perdita del dente.
In alcuni rari casi, come la scopertura accidentale della polpa si può tentare il recupero, ma solo per soggetti in
giovane età, con la pulpectomia o pulpotomia.
Le tecniche di medicina integrata invece ci danno altre opzioni, infatti la pulpite si può curare o, nei casi più
avanzati, ritardarne la progressione .
Si curano le persone per allungare la vita, anche se hanno una prognosi infausta, allo stesso modo possiamo
trattare i denti, che sono una parte di noi, cercando, se non possono guarire, di ritardarne la morte.
Quali sono le tecniche per curare una pulpite:
- Eliminazione cause dirette e indirette di pulpite : Carie, trauma occlusali materiali irritanti, correnti endorali,
campi di disturbo e foci dentari.
-Neuralterapia.
-Cura dell’organo o della catena causale degli organi corrispondenti all’odontone.
-Utilizzo organoterapici come pulpa dentis, mucosa, parodontium, nervus trigeminus.
-Utilizzo omeopatici e omotossicologici anche in mesoterapia mirata.
- Utilizzo terapia con frequenze, anche veicolate direttamente con cromoterapia e laser.
-Utilizzo di integratori, vitamine.
-Dieta ferrea e/o digiuno sono un grosso ausilio di aiuto per la guarigione.
Solitamente gli elementi da evitare sono i cereali, in particolar modo il glutine, lattosio latte di mucca e
derivati e gli zuccheri .
Ma perché adoperarsi per evitare la devitalizzazione o solamente per ritardarla quando in realtà gli
insuccessi con le nuove tecniche si sono ridotti moltissimo, a meno del 10 per cento ?
1 Insuccessi diagnosticati: in realtà gli insuccessi che vengono diagnosticati radiograficamente e a livello
sintomatico sono molti di più: uno studio ufficiale ha dimostrato che a seconda dell’indagine radiologica (Rx,
OPT ,Dental Scan , Cone Beam ), le immagini di lesioni apicali riscontrate aumentano con l’aumentare della
precisione della diagnostica a raggi, fino a triplicare il loro numero.
Posso aggiungere che con il test EAVI o la KINESIOLOGIA, il numero degli insuccessi diagnosticati è ancora
maggiore.
Un altro problema importante è che molte lesioni apicali sono completamente asintomatiche e non spingono il
paziente a fare delle indagini.
2 Danni causati dal dente devitalizzato: l’altro grande problema è dato dai danni provocati da una
devitalizzazione mal riuscita.
Secondo la medicina accademica il problema può essere limitato ad una reazione locale che, se non
correggibile, porterà ad una perdita del dente.
La visione olistica si distacca di molto in tal senso per diversi motivi:
1 – la diagnosi di una devitalizzazione problematica è completamente differente e indipendente dai canoni
diagnostici classici, Rx e sintomatologia.
2 – rispetto alla medicina accademica non si valutano i sintomi locali, bensì le problematiche che il dente
provoca a distanza.
Queste possono essere delle più varie e creare patogenesi in tutto l’organismo a seconda del locus minoris
resistentiae che viene colpito.
Una devitalizzazione apparentemente perfetta, ben eseguita e asintomatica può in realtà nascondere una grossa
insidia per l’organismo.
Il dente devitalizzato infatti può fungere da serbatoio batterico con rilascio di tossine e formazione di ceppi
molto virulenti che vanno a colonizzare i punti più deboli dell’organismo, provocando qualsiasi tipo di
patologia.
Oltretutto queste colonie si possono trasferire nell’osso circostante e auto mantenersi, anche dopo l’estrazione
del dente stesso, perpetuando gli stessi danni per anni e anni.
Questi danni, sono talmente vari e differenti, che difficilmente vengono messi in relazione a problemi dentari .
Non sempre il focolaio è però attivo: il dente può restare all’interno dell’osso come un potenziale pericolo ma
senza causare nessun problema anche tutta la vita.
Quando però sopraggiunge un innesco stressogeno e viene alterata l’omeostasi e le capacità di adattamento
dell’organismo, il focolaio si attiva e comincia a peggiorare o causare nuove patologie.
Con il test di EAVI per fortuna, si può valutare quando l'elemento devitalizzato o la zona di focalità ossea
inizia ad essere tossica e l’organismo non riesce più a contenerne la fuoriuscita batterica-tossinica.
E’ quindi relativamente semplice intervenire di conseguenza, con un programma terapeutico costruito in base
alla gravità, al carico tossico, alla capacità di eliminazione e alle condizioni di salute generale del soggetto.
PROTOCOLLO DI DEVITALIZZAZIONE
In base a quello che è stato detto, le linee guida per la devitalizzazione saranno:
1 Evitare più possibile la devitalizzazione:
-Con la prevenzione delle cause naturali ed evitando le cause iatrogene.
-Integrando la cura con terapie naturali per guarire la pulpite acuta e stabilizzare la cronica.
2 Se inevitabile o assolutamente necessaria:
-Considerarla una maniera per sfruttare qualche anno ancora il dente e non una terapia definitiva.
-Adoperare una tecnica meccanica di devitalizzazione più precisa e sterile possibile.
-Non utilizzare materiali tossici o non tollerati.
-Adoperare tecniche di disinfezione più efficaci possibili .
-Valutare lo stato di salute del paziente e supportare gli organi correlati al dente devitalizzato .
-Controllare periodicamente con il test EAV, la clinica, l’anamnesi l’andamento della devitalizzazione e
l’eventuale progressione patogena.
-Contenere con cure di drenaggio, cure omotossicologiche, dieta e mantenimento dello stato di salute generale
del paziente, la progressione patogenetica del dente devitalizzato .
-Eseguire l’estrazione del dente con protocollo di pulizia ossea nel caso sia focalizzato.
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